martedì 20 gennaio 2026

Cirò- Dopo la pausa estiva, riprende il cammino di San Nicodemo Abate di Cirò

 


Cirò- Dopo la pausa estiva, riprende il cammino di San Nicodemo Abate di Cirò, un lungo itinerario a piedi di circa quindici chilometri, che parte  dalla sua casa natia in  zona Portello, oggi chiesa omonima, fino alle località  Coppa- Mordace, dove il padre Teofano lavorava la terra e, dove San Nicodemo, fece i primi miracoli dell'acqua e del vino
.

 Dopo 1126 anni dalla sua nascita, ancora oggi è visibile la roccia scavata con le sue mani, per cercare acqua durante un giorno d'estate, quando il padre restando senza, lo mandò a cercarla nella gola, tra le due colline di Coppa Mordace.  San Nicodemo da ragazzino scavò una piccola cavità nella roccia, infilò dentro tre dita in diverse direzioni da cui fece sgorgare acqua. Al di fuori della cavità sempre con un dito tracciò una serpentina poca profonda attraverso cui l'acqua, una volta riempita la cavità, usciva fuori.

Dopo anni di abbandono visto l'impervia zona, grazie ai racconti degli anziani, soprattutto Salvatore Cariati e Fedele Arcuri, custodi delle tradizioni millenarie tramandate da generazioni, nel 2004 fu rinvenuta da uno storico locale la roccia completamente ricoperta da fango e roccia, caduta nei secoli sopra di essa. Una volta ripulita è emersa in tutto il suo splendore quella che oggi si conosce, come la fontana di San Nicodemo.

Tutti gli anni dal 2004 in poi, nel giorno della sua nascita, avvenuta a Cirò il 12 Maggio del 900, i fedeli e l’associazione “Il Cammino di San Nicodemo Abate di Cirò”, si recano in pellegrinaggio lungo questo spettacolare paesaggio, tra natura incontaminata di flora e fauna mediterranea, immersa tra grotte rupestre, ruscelli zampillanti, canti d’uccelli, Canyon spettacolari, piante rare, massi e graniti giganti che a volte ne ostruiscono il cammino, in un’area dove si respira, serenità pace e santità.

Un percorso che ognuno, almeno una volta nella sua vita, dovrebbe fare per ritrovare e contemplare la pace interiore e condividere  quei posti che furono del nostro santo Patrono.

lunedì 12 gennaio 2026

Cirò- Culto di Santo Stefano

 


Cirò- Non è un caso che a Cirò ci sia il culto di Santo Stefano, la cui cappella è presente  nella chiesa di Santa Maria de Plateis
, Chiesa Madre di Cirò dedicata alla Vergine Assunta in Cielo, è ubicata nel cuore del centro storico. La presenza bizantina a Cirò è attestata da importanti elementi storici e architettonici, come la Chiesa di San Menna che è un esempio significativo di architettura bizantina nel borgo, testimoniando l'importanza del culto e della comunità bizantina. Il nome stesso "Cirò" (derivante da "Psichro") è di origine bizantina, come documentato in testi del XII secolo (Al Idrisi, 1154) e in atti latini. Un documento del 1115 menziona un'area "inter Liciam et Castellum quod dicitur Psichro" (tra Lícia e il castello chiamato Psichro), e un atto del 1239 cita un "Parisius de Ypsicrò", indicando la persistenza del nome e della presenza bizantina anche nel periodo normanno. Fu costruita tra il 1200 ed il 1300 dagli abitanti che abbandonavano la Marina per sfuggire alle incursioni dei Saraceni proprio nel luogo dove probabilmente è attestata una preesistenza risalente al XIII-XIV secolo, un piccolo edificio di culto, il primo di Cirò, proprio quello dedicato a Santo Stefano. Infatti originariamente l’edificio era dedicato a Santo Stefano, di cui nella Chiesa è presente una Cappella, probabilmente il nucleo più antico dell’edificio religioso; posto sull’altare  si ammira un dipinto del martirio del Santo del pittore  Gaetano Basile che lo dipinse nel 1886, poiché quello originario probabilmente  era stato distrutto durante le incursione settecentesche dei saraceni. La presenza di Santo Stefano a Cirò, è una eredità greco-bizantina dove gli esuli portarono con sé le reliquie e le icone di Santo Stefano, diffondendo la sua venerazione in monasteri basiliani e in zone  rupestri come lo era Cirò. L'esodo bizantino fu un trasferimento di persone e cultura, e il culto di Santo Stefano, già importante, trovò terreno fertile in Calabria e a Cirò, grazie alla sua forte tradizione orientale, creando un duraturo legame religioso e culturale. L'esodo dei Bizantini con il culto di Santo Stefano in Calabria è un fenomeno storico legato alla forte presenza bizantina in Magna Grecia e Sicilia, culminato con l'arrivo di monaci e laici fuggiti dalle invasioni arabe e poi dalla caduta di Costantinopoli (1453), portando tradizioni religiose, specialmente il culto del protomartire Stefano, figura molto amata dalla Chiesa Orientale, radicando il culto in monasteri e chiese bizantine che ancora oggi lasciano tracce in Calabria, specialmente nell'entroterra e nelle aree montane, come in quella di Cirò. La preesistente cappella di Santo Stefano, ubicata all’interno della chiesa madre, ancora oggi,  presenta un antico altare in marmi  policromi , un pavimento in mattoni tipici del periodo ed una cripta sotto il pavimento, dove venivano seppelliti i morti.

mercoledì 19 novembre 2025

Cirò- Quest’anno, le spettacolari fioriture delle Squilla pancration, saltano la fioritura-colpa dei cambiamenti climatici.

 


Cirò- Quest’anno, le consuete e spettacolari fioriture delle Squilla pancration, che impreziosiscono le alture aride e assolati declivi, che circondano il centro urbano di Cirò
, non si sono verificate. E’ l’allarme lanciato dal Botanico Giuseppe De Fine di Cirò. Un’assenza insolita e preoccupante, che con ogni probabilità, è legata alla prolungata siccità che ha caratterizzato la stagione estiva. Normalmente, la fioritura di questa specie, appartenente alla famiglia delle Asparagaceae, si manifesta tra agosto e ottobre, quando i lunghi steli eretti, si ricoprono di infiorescenze bianche a forma di pannocchia, segnando la fine dell’estate e preannunciando le prime piogge autunnali. Quest’anno, però, le piogge di fine agosto e dei primi di settembre, che solitamente forniscono il segnale idrico, necessario per stimolare l’emissione del fiore, sono mancate. Senza umidità e precipitazioni sufficienti, i bulbi sotterranei della Squilla pancration potrebbero aver “saltato” la fase di fioritura, entrando direttamente in fase vegetativa per garantire la sopravvivenza.

Si tratta di un meccanismo di adattamento fisiologico: la pianta, percependo le condizioni ambientali avverse, rinuncia alla riproduzione per conservare energia e acqua. Un comportamento che, per quanto raro, dimostra la sua straordinaria capacità di resistere, come suggerisce il nome stesso pancration, dal greco antico “πανκράτιον”, che significa “onnipotente” o “capace di sopportare condizioni estreme”. È tuttavia la prima volta che un fenomeno simile viene osservato nel territorio cirotano, e rappresenta un segnale d’allarme che deve farci riflettere. Le piante sono sentinelle silenziose della natura: attraverso il loro ciclo vitale, ci rivelano con precisione gli squilibri ambientali. L’alterazione del regime delle piogge e l’aumento delle temperature medie stagionali stanno modificando in modo sostanziale il ciclo dell’acqua, provocando lunghi periodi di siccità e conseguenze dirette sulla vegetazione spontanea. Infatti il 2024 è stato l’anno più caldo di sempre degli ultimi 125 mila anni. Il mancato sviluppo dei fiori non è soltanto un evento estetico mancato, ma un campanello d’allarme ecologico. Quando la fioritura viene compromessa, si interrompe una catena di relazioni biologiche che coinvolge insetti impollinatori, piccoli mammiferi e uccelli, generando un effetto domino sull’intero ecosistema. A lungo termine, questi squilibri possono portare alla scomparsa di specie vegetali e animali che dipendono da esse. La Squilla pancration, conosciuta anche come cipollaccio bianco, è già inserita tra le entità floristiche protette a livello nazionale, e in alcune regioni come il Lazio è oggetto di specifiche misure di tutela. Fortunatamente, in quelle aree la maggiore frequenza delle piogge permette ancora la regolare fioritura e il mantenimento delle popolazioni spontanee. Oltre al suo valore ecologico, questa pianta vanta un’antica tradizione etnobotanica. I contadini e gli anziani del territorio ricordano come, in passato, i bulbi della Squilla pancration venissero utilizzati come rimedio antiparassitario e ratticida naturale, in un’epoca in cui non esistevano mezzi chimici di sintesi. La pianta era considerata “magica” e spesso piantata nei pressi degli orti o intorno alle abitazioni per tenere lontani topi e insetti fastidiosi. Non mancava neppure un valore simbolico: anticamente, la Squilla pancration veniva deposta accanto alle tombe insieme all’Asphodelus ramosus, l’asfodelo ramificato, come simbolo dell’aldilà e della rinascita dell’anima, secondo antiche credenze mediterranee. L’assenza della sua fioritura nel paesaggio cirotano non è dunque solo un episodio botanico, ma un messaggio profondo che la natura ci lancia: il clima sta cambiando, e con esso il delicato equilibrio degli ecosistemi. Le Squille, con la loro voce muta e il bianco mancato dei loro fiori, ci ricordano che la vita vegetale, e con essa la nostra, dipende dalla stabilità di quei cicli naturali che stiamo oggi mettendo in pericolo.

venerdì 17 ottobre 2025

Cirò- Il sindaco Mario Sculco punta sulla cultura, oltre che sul vino, volano dell’economia turistica e identitaria dell’antico borgo attraverso una trina: scienza, identità e spiritualità, grazie ai suoi figli illustri: Luigi Lilio, Giano Lacinio, e San Nicodemo Abate.


 

Cirò- Il sindaco Mario Sculco punta sulla  cultura, oltre che sul vino, volano dell’economia turistica e identitaria dell’antico borgo attraverso  una  trina:  scienza, identità e spiritualità, grazie ai suoi figli illustri: Luigi Lilio, Giano Lacinio, e San Nicodemo Abate, attraverso  un  rinascimento culturale consapevole. E’quanto afferma il primo cittadino in un comunicato- Cirò ha detto-   “è anche luogo dell’anima, custode di una spiritualità antica che trova nella figura di San Nicodemo Abate il suo simbolo più profondo e condiviso”. Nella Città del Vino e del Calendario,-scrive Sculco:” il tempo si racconta nei secoli, nelle tradizioni e nei volti della comunità. Ed è proprio partendo dalla sua cifra più autentica, quella culturale, che l’Amministrazione comunale ha scelto di far leva per rilanciare la destinazione esperienziale”.  E ancora: ”Cirò fonda la sua visione di sviluppo sul valore dei Marcatori Identitari Distintivi (MID) della Calabria Straordinaria, che riconoscono al borgo un ruolo centrale nella storia della scienza e del pensiero, non solo calabrese ma dell’umanità. Luigi Lilio, medico e astronomo, diede al mondo la riforma del calendario gregoriano e con essa la misura moderna del tempo. Giano Lacinio, il teologo francescano che rivoluzionò l’alchimia; alchimista e umanista, rappresentò l’incontro fra la conoscenza scientifica e la ricerca filosofica nel cuore del Rinascimento. A completare questo patrimonio intellettuale, si staglia la figura di San Nicodemo Abate di Cirò, monaco basiliano nato a Psicrò,  l’antico nome di Cirò – il 12 maggio del 900, guida spirituale e punto d’unione fra Oriente e Occidente cristiano, Patrono di Cirò e di Mammola dove morì. La presenza di  San Nicodemo di Cirò, il patrimonio religioso di una comunità attraversa la storia e la coscienza collettiva di Cirò, dove le fonti antiche, a partire dagli scritti del monaco Apollinare Agresta e dai successivi studi di Monsignor Antonino Terminelli, ne descrivono la nascita e la vita tra le colline che guardano lo Jonio. La proclamazione a Patrono e concittadino da parte di Papa Urbano VIII nel 1630 e la successiva donazione di parte delle reliquie, custodite ancora oggi nella Casa-Chiesa del Santo, suggellarono un legame mai interrotto tra la città e il suo protettore. La famiglia Dima, di cui il Santo porta il nome, rimane tuttora radicata nel territorio, testimonianza viva di una discendenza e di un culto che non appartengono solo alla devozione ma anche alla memoria civile. La nostra comunità – sottolinea il Sindaco Mario Sculco che si sta facendo interprete, insieme all’Amministrazione Comunale di un vero e proprio rinascimento culturale consapevole della Città – non ha mai smesso di essere un luogo di cultura e di fede. La nostra identità è la nostra forza e, allo stesso tempo, la nostra direzione. San Nicodemo, Lilio e Lacinio, nel pantheon di tutti gli altri concittadini illustri di Cirò di tutti i secoli, sono le tre anime di una stessa gente: quella che sa fondere l’intelletto con la spiritualità, la ricerca con la memoria. Da questa consapevolezza nasce la nostra idea di sviluppo, fatta di valorizzazione, racconto e apertura. E non è un caso – aggiunge il Primo cittadino -  che la nostra programmazione culturale e turistica sia oggi costruita attorno a questo asse di senso: la scienza del tempo di Lilio, l’umanesimo della conoscenza di Lacinio e la fede viva di San Nicodemo abate di Cirò. Tre percorsi che non si sovrappongono ma si intrecciano, restituendo a Cirò la sua piena dimensione di città dotta, ospitale e spirituale. La riscoperta dei luoghi di San Nicodemo, la promozione dei percorsi dedicati a Lilio e Lacinio e la valorizzazione dei saperi legati al vino e all’ospitalità diventano parte di un progetto unico di crescita. Cirò si presenta come una destinazione identitaria in cui fede e cultura non si contrappongono ma convivono, costruendo un racconto coerente e duraturo. La nostra rotta è chiara – conclude Sculco – e punta ad investire sulla cultura e sulla spiritualità per costruire una comunità viva e riconoscibile.

sabato 27 settembre 2025

E' ovvio che San Nicodemo Abate è nato a Cirò lo dicono i documenti e gli storici

 


Cirò – Negli ultimi anni sembra quasi che si sia scatenata una vera e propria corsa a chi, per primo, riuscisse a “svelare” la presunta notizia che San Nicodemo non sarebbe nato a Cirò
, bensì a Sikros, anziché a Psikron, come se si trattasse di una scoperta clamorosa e sensazionale. Eppure, verrebbe da chiedersi con ironia: dov’è davvero la notizia? In realtà, sarebbe più corretto dire che si tratta della classica “scoperta dell’acqua calda”, dal momento che la prima a formulare questa ipotesi – senza disporre di alcuna nuova documentazione inedita – fu lo scrittore Giuseppe Gallucci di Mammola, nel suo contributo apparso sul Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata del 1981, intitolato “Sikros terra natale di San Nicodemo” (pp. 181-198).

 

Ora, è lo stesso Gallucci ad apparire fin troppo sbrigativo e superficiale quando, basandosi unicamente sulla supposizione che il grande monaco basiliano e Generale d’Italia, Apollinare Agresta, avesse “inventato” la natività cirotana di San Nicodemo, liquida secoli di tradizione. Il suo ragionamento si fonda sul fatto che Agresta, nel XVII secolo, non avesse riportato nelle note le fonti da cui trasse le sue informazioni. Ma davvero questa è una prova sufficiente? Siamo nel 1677: non tutti gli autori di quel periodo annotavano meticolosamente le proprie fonti, e soprattutto non esisteva alcun obbligo di renderle pubbliche. Anzi, spesso gli studiosi custodivano gelosamente i documenti rinvenuti, proprio per proteggere la propria ricerca. Perché, dunque, Agresta avrebbe dovuto fare eccezione? Molto più plausibile pensare che fosse stato semplicemente più abile, o più fortunato, nel reperire quei documenti che altri, successivamente, non furono più in grado di rintracciare.

 

Ecco il punto cruciale: gli autori post-Agresta, invece di insinuare il dubbio che “in assenza di note il Santo non fosse di Cirò”, avrebbero dovuto assumere il ruolo dei veri storici, ossia quello di scavare nelle biblioteche, negli archivi e nelle pergamene, per cercare documenti nuovi, tangibili e inediti. Invece, molti hanno preferito adagiarsi sulla comoda ipotesi del dubbio, quasi fosse sufficiente ribaltare una tradizione secolare solo perché mancano note a piè di pagina. Ma la storia non si scrive con le ipotesi: la storia si fa con i documenti alla mano.

 

Lo stesso Gallucci, del resto, è costretto ad ammettere – leggendo attentamente le sue pagine – che San Nicodemo fosse di Cirò, come scrivono Agresta, Pugliese, Aromolo, Zavaglia, Terminelli e tanti altri. La sua unica obiezione resta sempre la stessa: “nessuno di loro ha inserito le note da dove hanno attinto”. Ma questo, ripetiamolo, non è un problema dei grandi autori del passato, bensì dei ricercatori moderni che non sono riusciti a ritrovare le fonti originarie.

 

C’è poi un altro aspetto da considerare: il nome stesso di Cirò. Monsignor Terminelli, dotto studioso, ha dimostrato come il toponimo subì nei secoli numerose variazioni fonetiche, passando dal greco al latino e al bizantino. Così, da Ypsikron si passò a Ypsicron, poi a Psicron, a Sicron/Sikron, a Sicrò, a Zirò e infine all’attuale Cirò. E allora, davvero basta trovare in una delle 25 “bios” la parola Sicros al posto di Sicron o Psicron per pensare a un luogo diverso? Non ci voleva certo troppa immaginazione per capire che si stava parlando della stessa comunità, oggi nota come Cirò. Del resto lo stesso Agresta che era di Mammola davvero non conosceva il suo territorio?

 

Inoltre, il legame tra San Nicodemo e San Nilo di Rossano conferma l’itinerario spirituale e geografico tipico dei monaci basiliani, che attraverso Rossano e Umbriatico giungevano a Gerace e infine a Mammola. Davvero qualcuno può credere che San Nilo sia arrivato “in aereo” nel reggino, come suggerirebbe ironicamente l’assurdità di chi vuole separare due percorsi storicamente intrecciati?

 

C’è poi la testimonianza concreta dei documenti. Già nel 1696 un notaio scriveva che San Nicodemo era concittadino e Patrono di Cirò: avrebbe potuto mai un notaio redigere atti ufficiali riportando il falso? Allo stesso modo, nel 1630 Papa Urbano VIII, con un atto solenne, attestava che San Nicodemo era Patrono e concittadino di Cirò: possiamo pensare che un Pontefice scrivesse consapevolmente una menzogna? È inverosimile. E come si potrebbe mai screditare una tradizione che da oltre 1125 anni viene tramandata di generazione in generazione, un culto radicato, vivo e attestato, che ha come fulcro la chiesa stessa dedicata al Santo, sorta nel luogo della sua nascita secondo la tradizione locale?

 

Dunque, fino a quando non verranno portati alla luce documenti autentici, originali e inediti che possano davvero smentire Apollinare Agresta, ogni altra ipotesi resterà fragile e infondata. Se proprio a qualcuno dà fastidio che San Nicodemo sia nato a Cirò, lo invitiamo ad avere la pazienza – e l’umiltà – di trovare prove concrete, e non limitarsi a congetture.

 

Fino a quel momento, la verità resta quella che la storia documentata da Agresta e la tradizione popolare cirotana ci consegnano: San Nicodemo è nato a Cirò. Chi non accetta questo, almeno abbia il rispetto  di non infangare la memoria di un popolo che da secoli custodisce con orgoglio la sua identità e il culto del proprio Patrono.

mercoledì 10 settembre 2025

Cirò- Gemellaggio religioso in nome di San Nicodemo Abate di Cirò e Mammola.


Cirò- Gemellaggio religioso in nome di San Nicodemo Abate di Cirò e Mammola. 

Cirò- All’indomani del gemellaggio religioso e culturale tra Cirò e Mammola dove una delegazione di 66 persone insieme al sindaco Mario Sculco e all’assessore Salvatore Giardino, e al parroco don Massimo Sorrentino,  si sono recati a Mammola in nome dello stesso Santo Patrono. “Il culto di San Nicodemo Abate rappresenta un autentico ponte religioso e spirituale che unisce da tempo le comunità di Mammola e Cirò- scrive  in una nota il sindaco di Cirò Mario Sculco, -ciò che ci accomuna è una profonda e sincera devozione al Santo, nato a Cirò nel 900 e morto a Mammola nel 990”. Per questo – prosegue la nota di Sculco-  “entrambe le comunità meritano di custodire e rafforzare questo legame sacro con ancora più convinzione, soprattutto in un tempo come il nostro, in cui la fede rischia spesso di essere dimenticata o marginalizzata. Rinnovare il gemellaggio religioso, la memoria e la devozione verso San Nicodemo, significa non perdere il contatto con ciò che ci rende davvero umani: la ricerca del bene, la speranza nella grazia e la volontà di essere comunità-non solo di persone, ma di spiriti uniti nella fede. Con questo spirito di comunione e fratellanza, prosegue Sculco- desidero rivolgere, sia personalmente che come cittadino, un sincero e caloroso ringraziamento al sindaco Raschellà, all’Amministrazione e all'intera comunità di Mammola e al Comitato festa per la calorosa accoglienza”. La partecipazione dei fedeli e la presenza del sindaco di Mammola-rappresenta per noi-prosegue Sculco-   un segno concreto di amicizia, rispetto reciproco e fede condivisa, che rafforza ulteriormente il legame spirituale tra le nostre due comunità. Un pensiero forte e gentile da Mammola, testimone di una giornata vissuta nella fede, nel rispetto e nell’unione. Insieme oggi, ha detto Sculco- abbiamo condiviso amicizia, convivialità e momenti intensi e significativi, rafforzando così il gemellaggio religioso tra le nostre comunità.


 “
Due comunità in festa: quelli di Mammola e Cirò, attorno alla figura di San Nicodemo Abate- scrive in una nota il sindaco di Mammola Stefano Raschellà- un ritorno alla festa millenaria, quella di San Nicodemo, che per  la comunità di Mammola significa storia e cultura millenaria, e poi le due comunità, quella di Cirò e quella di Mammola, legati da un gemellaggio, da un sodalizio di fede e di storia. Con il Sindaco Mario Sculco di Cirò abbiamo ripreso questa antica tradizione che era già iniziata nei decenni precedenti del secolo scorso. Ripresa  già lo scorso 7 Agosto a Ciro con la nostra visita, quella della delegazione dell’amministrazione comunale di Mammola e dei fedeli


e oggi abbiamo accolto noi la comunità di Cirò a Mammola. Una comunità che vuole rivivere, rivisitare anche quella che è la storia, la vita di San Nicodemo, già scritta nel 1677 da Apollinare Agresta e  poi ripresa da tanti altri studiosi, i quali sottolineano la nascita a Cirò nel 900 di San Nicodemo Abate Patrono delle due comunità”.

 

domenica 31 agosto 2025

Cirò- “Dima: eletto e stimato dal Popolo” potrebbe essere questo l’origine del cognome del nostro Santo Patrono San Nicodemo abate, nato a Cirò nel 900

 


Cirò- “Dima eletto e stimato  dal Popolo” potrebbe essere questo l’origine del cognome del nostro Santo Patrono San Nicodemo abate,
nato a Cirò nel 900, a cui il monaco basiliano  generale d’Italia Apollinare Agresta, ci aveva  svelato il suo cognome: “ Dima”  nel suo libro dedicato al Santo nel 1677. Alcuni autori lo fanno derivare  dal greco Demas in particolare nel Meridione, si ritiene infatti, che derivi dal nome personale Dima. Altri invece ricordano come  l'Apostolo Paolo menziona un uomo di nome Demas nella Bibbia, anche da qui potrebbe derivare  l'origine del cognome, oppure  dal nome arabo Dima, o da un soprannome legato al greco dimos che vuol dire  "popolo". Secondo lo storico Alessandro Barbero, “il cognome divenne necessario dopo l'anno Mille a causa della crescita demografica, della maggiore mobilità delle persone e della necessità di distinguere i contadini, che in precedenza erano legati alla terra e identificati con il loro nome. Dopo l'anno Mille Iniziarono a formarsi i cognomi, spesso basati su nomi di mestieri, soprannomi, nomi di luoghi (toponimi) o discendenza da un antenato”. Il nome Demas ha origini nell'antica Grecia, radicato nella parola greca "demos", che significa popolare o il popolo. Pertanto, il nome Demas incarna la nozione di essere benvoluto o stimato tra le masse. Riflette un senso di carisma e attrattiva sociale, attributi molto apprezzati in molte società nel corso della storia. In termini di utilizzo storico, il nome Demas trova la sua menzione più nota nel Nuovo Testamento biblico. Nel libro dei Colossesi, Demas è citato come un compagno di lavoro dell'apostolo Paolo, servendo al suo fianco durante i suoi viaggi missionari. Diffuso come altri nomi greci popolari, le sue radici nell'antica Grecia e il suo significato di essere stimato dal popolo gli conferiscono un fascino duraturo. Coloro che portano il nome Demas emanano spesso un senso di popolarità e favore, suggerendo una naturale capacità di connettersi con gli altri e di lasciare una positiva impressione. E queste caratteristiche rappresenta in pieno la famiglia Dima di San Nicodemo i quali genitori erano pii ed umili, perciò probabilmente il  suo cognome era già conosciuto nel 600 visto che già dopo l’anno mille la sua famiglia discendente veniva conosciuta con il nome Demas.