Cirò- Il palazzo dei Musei si pregia di dedicare una stanza all’illustre poeta cirotano nato a Cirò nel 1881- Luigi Siciliani: poeta, giornalista e politico. Fu Grande amico di due poeti : Gabriele D’annunzio e Giovanni Pascoli con cui aveva una ricca corrispondenza epistolare, documenti che oggi, si potranno ammirare nelle teche di vetro, collocate nella stanza a lui dedicata.
La sua poesia è
influenzata dal classicismo e dall'ermetismo, con temi che richiamano il passato greco di Cirò, come espresso nella
poesia "Capo Krimisa", è il titolo della sua celebre poesia, un'opera in cui lamenta
l'abbandono del promontorio di Capo Krimisa, nella vicina Marina, luogo mitico
e sede dell'antico Tempio di Apollo Aleo, cantando la grandezza passata e
l'attuale solitudine del luogo. La poesia, che include versi famosi come: "Noi
che chiamati fummo greci, ma greci più grandi, noi, ora siamo negletti in
solitario abbandono", è un'espressione del suo legame con la sua terra e
la classicità. "Capo Krimisa" non è solo un nome, ma un simbolo
dell'eredità storica e culturale della Calabria, vista attraverso gli occhi di
un poeta che ne piange l'oblio.
Ebbe un rapporto di amicizia e
corrispondenza con Giovanni Pascoli diventando suo amico, esegeta e
commentatore, e scambiando una corrispondenza epistolare, soprattutto dopo che
Siciliani pubblicò la sua opera critica su Pascoli nel 1904, vedendo il poeta
come colui che cercava di "risospingere la vita sua dalle vie oscure del
dolore alle vie luminose del dovere". Siciliani fu uno dei primi e
più attenti critici di Pascoli, analizzando profondamente la sua opera poetica,
definendola un percorso di elevazione spirituale, il rapporto si sviluppò anche
attraverso lettere, dopo il 1904, consolidando un legame intellettuale e
personale tra il critico calabrese e il poeta romagnolo. Siciliani contribuì a
diffondere la conoscenza e la comprensione della poetica pascoliana,
evidenziando i temi cari a Pascoli, come il mondo contadino, la natura e la
dimensione interiore.
Oltre che con Pascoli, Siciliani ebbe un prezioso carteggio anche con Gabriele D'Annunzio, come parte di una vasta corrispondenza con i più grandi intellettuali del suo tempo, confermando l'importanza di Siciliani come figura culturale e interlocutore di spicco nel panorama letterario italiano tra Otto e Novecento, come testimoniato dalle sue numerose lettere con personalità come D'Annunzio, Pascoli, e Marinetti. La corrispondenza tra Siciliani e D'Annunzio è considerata una fonte preziosa per comprendere i loro rapporti intellettuali e il contesto letterario dell'epoca. . Il legame epistolare con D'Annunzio fu significativo e testimonia la statura di Siciliani come intellettuale e uomo di lettere, che dialogava con i massimi esponenti del suo tempo.
Poi la guerra
cambiò la sua vita,
all’entrata in guerra dell’Italia il Siciliani è volontario, e giunge al grado
di capitano di fanteria. È dapprima in zona di operazioni, poi addetto alla
Propaganda Nazionale presso il Comitato Supremo.
A lui fu attribuito il Bollettino
della Vittoria del 04/11/1918 firmato da Diaz
(bollettino il cui testo è, invece, opera del fratello generale Domenico
Siciliani). Nel 1919 è alla Camera dei Deputati, eletto in una lista di
ex-Combattenti di Catanzaro. Rieletto nel 1921, fa parte del gruppo
nazionalista. Nel 1922 è sottosegretario alle Belle Arti nel ministero Facta;
ed è il solo, di quella compagine ministeriale, ad essere confermato nella
carica dal nuovo premier Mussolini. La sua attività politica continua
con la terza elezione a deputato nel 1924, ma lo stesso anno il Siciliani cade
malato di nefrite; muore in Roma il 24 maggio 1925.
Il rapporto tra Luigi Siciliani e il
territorio di Cirò è indissolubile e non può essere
compreso se non alla luce della profonda vocazione agricola di quest’area. Tale
legame non si configura come una semplice adesione sentimentale al paesaggio
rurale, ma come un’autentica interiorizzazione di un modello economico, culturale
e antropologico fondato sulla centralità della terra.
La civiltà
agricola cirotana – scandita dal ritmo delle stagioni, dal lavoro contadino e
dalla coltivazione della vite – costituisce per Siciliani non solo uno sfondo
tematico, ma una vera e propria matrice etica e simbolica della sua produzione
poetica. In questo senso, la terra non è mai mero oggetto descrittivo,
bensì luogo di memoria collettiva, di identità e di resistenza culturale.
La sua poesia riflette una visione del
mondo in cui il lavoro agricolo assume valore fondativo,
contrapponendosi implicitamente ai processi di spersonalizzazione e di
sradicamento propri della modernità.
L’accostamento tra Siciliani e la
vocazione agricola di Cirò risulta dunque imprescindibile,
poiché il territorio non è semplice cornice, ma principio generatore della sua
sensibilità poetica e della sua concezione dell’uomo nel rapporto con la
natura.
Le nuove generazioni dovrebbero accostarsi
a questo grande personaggio cirotano, le scuole dovrebbero inserire questo poeta
nella programmazione accanto a Pascoli, D’Annunzio e Marinetti, amici del
nostro poeta Siciliani, hanno chiosato il sindaco Mario Sculco e il vice
sindaco Francesco De Fine che si stanno occupando di promuovere il territorio
legato anche alla cultura, un tassello importante per Cirò accanto a personaggi
come Luigi Lilio, Gian Teseo Casoppero,
Giano Lacinio, e San Nicodemo Abate.
Oggi la sua memoria viene ricordata attraverso un antico busto bronzeo in piazza Mavilia, a cui si aggiunge la stanza nel museo a lui dedicato, ma manca purtroppo un mausoleo nel cimitero delle sue spoglie, oggi abbandonate in un lugubre ossario immeritato.

